Non aprite quella porta

Sabato mattina. Passeggiata della salute nella ridente Sesto S.Giovanni. Persa nei miei pensieri stavo riflettendo su un possibile prossimo articolo del fucsia blog. Sono sempre più convinta che il linguaggio crei la realtà, così stavo pensando a un post su (o sulla?) UX Writing e su quanto possa contribuire al realizzarsi di “conversioni”. Visto anche il lavoro che faccio, il riferimento principale era al mondo digital.

Beh insomma, proprio mentre camminavo come Richard Ashcroft nel video di Better Sweet Simphony, per caso mi trovo a passare davanti a un’erboristeria e altrettanto casualmente mi ricordo che mi serve un burrocacao. Che faccio, entro? Mi trovo davanti all’immagine che vedi sotto.

Ricordi? Dicevo che ero persa nei pensieri. Stavo “eseguendo” un’attività routinaria completamente priva di un controllo consapevole, il mio cervello ha mandato degli impulsi nervosi che hanno portato il mio braccio destro a stendersi e ad allungare la mano sulla maniglia e spingere. E’ da 42 anni che questa strategia funziona, perché mai avrei dovuto impegnare le mie risorse cognitive per fare qualcosa di diverso? Per nessun motivo. Infatti, incurante dei ventordici cartelli appesi, ho praticamente scassinato la porta: siccome la porta non si apriva (per forza, era chiusa), ho semplicemente spinto più forte.

E’ dura sconfiggere un’abitudine, anche perché sennò non sarebbe un’abitudine :-), ma allora cosa avrebbe potuto fare la negoziante per favorire un’esperienza senza attriti? Prova a riguardare la foto: ci sono 5 cartelli.

  1. avviso sicurezza di zona. Per me, in quel momento, irrilevante.
  2. suonare il campanello. Peccato che guardando distrattamente, l’immagine e i colori mi avevano istintivamente fatto pensare “alle mamme”. Non importa se l’indicazione non aveva niente a che fare con le mamme, la prima associazione che ho fatto al “rosa mutanda lavata male” è stata al mondo mamme-bebè. Siccome non rientro nella categoria me ne sono completamente disinteressata.
  3. immagine della telecamera.
  4. Non spingere la porta, suonare il campanello.
  5. Non spingere la porta, suonare il campanello.

Ho bellamente ignorato i primi tre elementi. L’unico che ha attratto la mia attenzione è stato quello centrale che mi dava due indicazioni: 1. non spingere la porta; 2. suonare il campanello.
Cos’ha fatto il mio cervello, che come il tuo è un economizzatore di risorse cognitive?
Ha stabilito una gerarchia alle informazioni: ha ignorato il NON (non so se per via delle teorie piennellistiche o se perché era “per dimensioni” più piccolo del resto), ha letto “spingere la porta” e automaticamente, siccome di solito le porte si spingono, ha spinto la porta.
Un po’ come Vulvia in Rieducational Channel: corre come una lucertola, si comporta come una lucertola, chi è? E’ la lucertola.


Credo che la soluzione migliore l’abbia proposta Enrico Maioli in un commento al post su Facebook.

Less is more. Evitiamo le distrazioni: mettiamo solo un cartello in modo che quello stesso cartello diventi prominente. Diamo solo un’informazione cioè quello che dobbiamo fare “Suonare il campanello” e magari mettiamoci una freccia che indichi il campanello.

Ora, dopo tutta questa tiritera sul mondo ideale, che impatto ha questa “piccola” frustrazione sul fatturato dell’erboristeria? Naturalmente questo non lo so. Io alla fine sono riuscita ad entrare e ho pure effettuato un acquisto. Ma tutti gli altri? Forse l’erboristeria dovrebbe mappare l’intero customer journey dell’utente, compresa l’apertura della porta :).

1 pensiero su “Non aprite quella porta

  1. Luca

    Probabilmente non ha nessuna incidenza nel fatturato dell’erboristeria ma ha un alto tasso di incidenza sul fatturato del fabbro che ogni 2 mesi deve cambiare la porta 😀

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