Le torture medioevali per l’ignaro consumatore

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un’ “inchiesta” del Corriere sul pazzo mondo del web marketing che veniva dipinto come Mefistofele spingendosi a vedere remarketing e email transazionali come antichi strumenti medioevali per torturare l’ignaro consumatore. Mi hanno sempre fatto sorridere questi articoli “scritti perché tanto ne parlano tutti” ma senza una vera cognizione di causa, così ho chiesto a Loredana Faletti, un’amica psicoterapeuta un parere personal/professionale sul terrorismo psicologico anti web. Il web è davvero il male?

Lascio la parola a lei.

Leggevo giorni fa alcuni articoli sul remarketing, la “nuova frontiera” della pubblicità online, ovvero, quando la borsa che ti piace tanto ti segue di pagina in pagina per ricordarti che sarebbe un ottimo acquisto. In realtà, la mia attenzione non è caduta tanto sulla descrizione di questa strategia del marketing, utile e necessaria (facciamocene una ragione) a sostenere un’economia fondata sul consumo com’è la nostra, quanto sul taglio allarmistico conferito all’inchiesta e sulla sensazione di confusione generata dall’accostamento di elementi anche molto diversi tra loro.

Subito una considerazione. Anche internet, si sa, espone alla possibilità di trovarsi vittime di reati tipici dell’attività commerciale, dalla cosiddetta pubblicità occulta a quella ingannevole, dalle truffe ai “furti d’identità”; la pubblicità online però (lecita per contenuto, volume e gestione della privacy) è un’altra cosa e accostarla retoricamente a pratiche illecite, come spesso mi capita di leggere, non aiuta certo a sviluppare competenze adeguate all’uso corretto di uno strumento complesso com’è internet.

Le strategie di marketing vengono costantemente perfezionate, non solo nei loro aspetti di contenuto ma anche in quelli metacomunicativi e di targeting, per raggiungere il loro unico obiettivo dichiarato: promuovere la vendita di un prodotto per ricavare profitto. A volte si, la strategia prevede di rendere la pubblicità martellante, diffusa a tappeto sui media non interattivi o in modo sempre più mirato mirato su internet. Paragonarla ad uno stalker com’è stato fatto non serve ad altro che a rivestirla di uno sterile allarmismo senza per altro, vista la connotazione negativa del termine, rendere ragione di tanto successo. Essa funziona più come un seduttore, capace di attirare l’attenzione, rendersi attraente e corteggiare con tenace costanza ottenendo reazioni diverse: certe donne non si lasceranno incantare sapendo che, pur avendolo notato, non è quello che vogliono, altre giocheranno con lui sapendo che non è quello che vogliono ma concedendoselo ugualmente, altre ancora cadranno vittime dei suoi modi palesemente e indistintamente ammaliatori pensando che sia amore. Tuttavia, quando poi tutti noi realizziamo di aver ceduto i nostri preziosi dati personali in cambio della possibilità di raccogliere punti per l’ennesimo servizio da caffè (come succede per le tessere fedeltà dei supermercati) o per ottenere un codice sconto su un sito di e-commerce, ci rendiamo conto di come il marketing sappia agire i suoi effetti persuasivi anche quando è discreto e per nulla aggressivo.

Ciascuno di noi possiede strumenti diversi per fronteggiare l’influenza dei messaggi persuasivi: in generale, persone che sviluppano un buon livello di autostima, bassa tendenza alla colpevolizzazione, buone competenze comunicative e capacità di ponderazione, sanno padroneggiare meglio le situazioni e mantenersi più autonome nelle proprie scelte. Ma non è così semplice. Oggi, la comunicazione mediatica di massa (sia essa pubblicitaria, di intrattenimento o d’informazione) propone e incentiva un’immagine di felicità legata al possesso e all’apparenza, alla ricerca del piacere immediato e all’evitamento della sofferenza, che spesso le persone non sono in grado di decostruire e di accogliere dalla giusta distanza. Ciò contribuisce fortemente a creare un contesto socio-culturale che spesso mette a dura prova le persone e il loro sistema di relazioni, generando condizioni di sofferenza e disagio che si esprimono attraverso sintomi coerenti con i tempi: e il nostro tempo, in cui il consumo e la rete fanno da padroni, espone inevitabilmente al rischio di nuove forme di intossicazione come sono per esempio la cosiddetta “dipendenza da shopping online” e quella relativa al mondo delle scommesse.

Concentrare analisi e critiche su specifiche strategie di marketing dunque non permette di cogliere la reale natura del problema, così come rivestire la rete di un’aura di sospetto e timore non aiuta a rendere le persone più consapevoli del funzionamento di certi meccanismi legati alla rete e al marketing.

Per chi fosse curioso, gli articoli da cui prendono spunto queste considerazioni sono:

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