Archivio della categoria: Psicologia e Dintorni

AdWords parla alle persone che come tali, hanno i loro bisogni, aspettative e schemi di pensiero. Qui ti racconto come coniugo (al mio modo) i miei studi universitari con le campagne AdWords

3 principi psicologici che devi testare nel 2016

In attesa delle mirabolanti novità che mi aspetteranno nel 2016 mi son seduta in quel che resta della mia futura ex-casa e ho aperto il pannello WordPress. Ero partita pensando di scrivere i “7 principi psicologici che faranno impennare le tue vendite online nel 2016”, ma poi mi faceva troppo venditore di pentole. Mi limito ai 3 principi psicologici che potrai mettere alla prova nel tuo sito nel 2016 (ma anche prima).

La Riprova Sociale

La Riprova Sociale è il fenomeno per cui tendiamo ad affidarci al giudizio degli altri quando dobbiamo prendere una decisione. Il famoso effetto carrozzone.

GetResponse per esempio usa la headline per dire che è il servizio di e-mail marketing più facile al mondo e usa la sub-headline per rinforzare il concetto: ci sono 350.000 clienti felici in 182 paesi e più di un miliardo di iscritti al mese.get-response-social-proof

 

Se ci sono già 350 mila clienti soddisfatti, sarò io l’unica scema a cui qualcosa andrà storto?

Groupon invece, per ogni deal mostra un doppio elemento di riprova: la percentuale di utenti che consigliano l’offerta e quante volte il deal è stato acquistato (non saranno mica tutti scemi i più di 90 che hanno già acquistato, no?)groupon

 

In tutti questi esempi viene usata la riprova sociale generata dal gruppo dei pari, cioè i clienti come noi. Oltre ai pari possiamo usare dei testimonial autorevoli?

hotjar-riprova-sociale

HotJar riporta le recensioni dei suoi clienti. Sarà che io sono innamorata di Aagaard, ma credo proprio che il suo possa essere considerato un parere autorevole…. E se lo dice lui ci credo ;). E la recensione è proprio sua perché c’è sia la “fotina” che usa anche nei social sia il logo della società per cui lavora. Diamine, fa il conversion optimizer (e gli altri gli UX designer/manager), Hotjar serve proprio a quello. Vuoi che non mi possa fidare?

L’avversione alla perdita

Riassumo in parole povere l’avversione alla perdita: la motivazione a evitare una perdita è maggiore della motivazione a realizzare un guadagno della stessa entità

bookingCome vediamo dall’esempio di Booking.com, l’avversione alla perdita è strettamente collegata al concetto di urgenza e scarsità. Posso andare in vacanza all’Hotel Dolomiti, ma devo scegliere subito la mia camera preferita perché

  • le camere disponibili probabilmente termineranno nelle prossime 8 ore (non “fra un po’”, ma fra 8 ore. La scadenza dell’affare del secolo è concreto)
  • qualcuno ha appena prenotato (riprova sociale)
  • solo una camera rimasta sul sito (scarsità)

Scusate, devo correre a scegliere la mia camera preferita 😉

Un altro esempio di avversione alla perdita /scarsità / urgenza è quello di Ollo che in pagina categoria evidenzia la scadenza dell’offerta (urgenza) e i pezzi ancora disponibili (scarsità)

ollo-avversione-perdita

L’Ancoraggio

Vi ricordate come Steve Jobs presentò l’iPad? Spiegò le caratteristiche del nuovo dispositivo e disse al pubblico che un team di esperti lo avrebbe valutato almeno 999$. Subito dopo avere creato l’ancora ai 999$, Jobs annunciò il prezzo di vendita: 499$. Un affarone rispetto al valore attribuito dagli esperti. Ce lo perdiamo? Jobs però si spinse oltre: non nominò mai il termine “notebook” perché altrimenti avrebbe creato un’ancora controproducente, ma comparò il prezzo dell’iPad all’aspettativa del valore di un dispositivo con quelle caratteristiche.

Ritorniamo ai nostri esempi e guardiamo cosa fa Amazon

amazonIl buon Jeff crea un’ancora, cioè quella del prezzo consigliato. E’ importante il “consigliato” perché in questo modo si stabilisce una norma: è il prezzo che fanno/dovrebbero proporre tutti. Io però lo abbasso di 50€ e ti do la spedizione gratuita. In più ti dico esattamente quanto risparmi. Da notare anche che il prezzo consigliato e quello finale sono visivamente differenti. Non posso proprio fare a meno di percepire l’affare del secolo, e io mica me lo voglio far sfuggire.

In conclusione

Non vendiamo agli alieni ma alle persone e le persone hanno delle risorse cognitive limitate, per questo si affidano a “scorciatoie mentali” (i bias cognitivi). Impariamo a riconoscerle e usiamole a nostro vantaggio.

Come aumentare le conversioni con la simulazione mentale

Non ti preoccupare. Non stai per leggere cose alla mago Othelma.

Ciao. Sono la Ross e sono due giorni che non compro su Amazon. Ecco appunto, vogliamo far passare anche il terzo? Non sia mai.

Stavo cercando un libro. Lo trovo su Amazon, è un po’ datato e in versione Kindle non lo trovo. Ci fosse stato avrei premuto “compra con un click” senza pensarci troppo, essendo solo cartaceo mi sono concentrata di più.

Avevo appena letto un post di CrazyEgg su “come usare la psicologia per aumentare le conversioni” e forse i miei pensieri avevano già preso quella direzione (quella per cui la psicologia governa il mondo), comunque fatto sta che mi trovo questo:

 

amazon

Non è una novità. Lo avrete visto tutti almeno una volta.

Tralascio la scarsità come leva per l’acquisto immediato (Disponibilità solo 8).

Appena sotto, dovrei flaggare il “Sì, voglio la consegna GRATIS con la prova di Amazon Prime”.

Ecco. Bravo Jeff, hai il fucsia power, e adesso ti spiego perché

  • Usa il potere del GRATIS (si perché è gratis solo il primo mese, poi costa 19,90€ che ti vengono addebitati direttamente sulla carta di credito). Sapete tutti la storia di Amazon che azzerò le spese di spedizione sopra i 19,90€ e boom: vendite alle stelle. In Francia ciò non accadde. Perché ai francesi non piace non pagare le spedizioni? No. Perché i francesi misero le spedizioni a 1€ (per errore).
  • In genere su Amazon compro solo libri digitali. 19,90€ di spedizione non li spendo neanche in 7 anni. Però se non accetto mi pare di perdermi l’offertona del secolo (avversione alla perdita)
  • Usai la prima persona singolare e comincia con un “Sì”. Mentre leggi ti trovi ad interagire con il contenuto che stai leggendo. I tuoi omini del cervello stanno già dicendo “si, sono io che voglio….”. Lo dice anche Cialdini con la legge dell'”impegno e coerenza“: guadagnati il primo sì e la stada sarà tutta in discesa.

La simulazione mentale

Il Journal of Consumer Research ha pubblicato qualche anno fa una ricerca di di Elder e Krishna
The “Visual Depiction Effect” in Advertising: Facilitating Embodied Mental Simulation Through Product Orientation

cucchiaio

Quale di questi yogurt ti invoglia di più? (ammesso che ti piaccia lo yogurt).

La ricerca da risposte (più o meno) a domande come questa.

Per farla breve: orientare un prodotto verso la mano dominante del soggetto sperimentale può portare a risposte comportamentali simili a quelle che si registrerebbero se si interagisse “realmente” con l’oggetto. Ciò accade perché la nostra mente simula mentalmente l’esperienza con l’oggetto. 

E’ grosso modo ciò che accade anche “leggendo” contenuti in prima persona: interagiamo personalmente con la consegna gratis dell’Amazon Prime.

Ok, ma questi sono psicologi. E’ brutta gente. Leggete questo test di Michael Aagaard . Ha cambiato solo una cosa: la CTA. Da “Start your free trial” a “Start my free trial”.

Risultato? +90% di clic sul bottone.

Non so se la simulazione mentale nel caso di Amazon Prime funzioni, ma mi pare una buona idea da mettere alla prova 😉

 

Prezzology: come la presentazione dei prezzi influenza l’acquisto

Quando l’offerta rimane sempre la stessa, può la sola disposizione delle alternative modificare il comportamento d’acquisto?

La risposta è si. Ma prima lascia che ti racconti una storia.

Dovevo solo rinnovare il fucsia-dominio. E’ almeno da due mesi che OVH mi ricorda che i miei servizi scadono tra 60, 30, 15, 7 o 3 giorni. Ok mi dico. Questa è una buona sera per rinnovare un dominio. Seguo le indicazioni dell’e-mail e arrivo qui

ovh

L’opzione “1 anno” è quella predefinita. 

Sarà che sto leggendo Nudge: Improving decision about health, wealth and happiness e sarà che il libro precedente è stato la Psicoeconomia di Charlie Brown ma quando vedo delle opzioni di default adesso sono sempre sul chi va là, ho sempre il dubbio che qualcuno mi stia gentilmente spingendo verso una qualche decisione “già decisa”.. ma sempre con paternalismo libertario.  🙂

Ho ripensato all’esperimento di Goldstein sulla donazione di organi.

Per farla breve: nei paesi in cui si è di default donatori di organi, la percentuale di donatori è del 95%, mentre nei paesi in cui di default si è non donatori, la percentuale scende a un misero 28%. Basterebbe (…) compilare un modulo per cambiare la propria preferenza. Eppure… eppure non lo facciamo ma accettiamo lo status quo.

Poi mi sono ricordata di questo video (intorno al min.10)

Beh insomma. Mi ero convinta che mi volessero far rinnovare il dominio proprio per 1 anno. Ora, io sono come le scimmie cappuccine: avverso la perdita.

Mi ero proprio convinta che l’opzione 1 anno fosse quella sfavorevole (a me), ma io che sono furba li avevo stanati. Armata di calcolatrice mi sono messa a fare i conti: in tutti e tre i casi il prezzo annuale era 29,13€. Non ho ancora capito perché i signori di OVH hanno l’interesse ad un rinnovo annuale e non bi/triennale.

Altra considerazione: alla gente non piace pagare. Ma non è una cosa così per dire, è proprio dimostrato scientificamente. Knutson  in uno studio ha dimostrato che anche solo “vedere il prezzo associato ad un prodotto” provocava l’attivazione dell’area cerebrale del dolore cioè l’insula.

homerMettiamo insieme i pezzi: OVH non sfrutta il bias dello status quo e si fa infinocchiare dal dolore triplo derivante dal pagare subito 3 anni (costo tangibile) mentre il beneficio (cioè usufruire di dominio e hosting) viene reso sempre meno tangibile tanto più lo dilazioniamo nel tempo. E’ come se venisse scontato. (sto parlando dello sconto iperbolico).

Il problema è che all’Homer Simpson che abbiamo nel cervello (Homer Simpson = Sistema 1 di Kahneman = sistema automatico) l’immediatezza e la tangibilità piacciono un sacco.  🙂

Detto questo, mi viene il dubbio che il rinnovo biennale (e ancora di più quello triennale) non lo sceglierà nessuno.

Io rimango della mia idea… cioè che a OVH non convenga così tanto mantenere il rinnovo annuale come scelta predefinita (a meno che non facciano fede, appunto, sul fatto che la gente una volta che sceglie una cosa poi rimane quella).

E’ vero, si tratta di un servizio che avevo già comprato e lo dovevo solo rinnovare.

Cosa accade quando devo comprare qualcosa per la prima volta e ci sono più opzioni di prezzo? L’effetto esca (decoy effect)

decoy-effect-2-alternative

Sei al cinema. Ti piace sgranocchiare mentre guardi un film (e soprattutto ti piace rompere le … scatole al tuo vicino). Decidi per i popcorn. Ma quali compri tra i due?

Probabilmente 7$ per dei popcorn ti sembreranno una cifra un po’ esagerata, no?

decoy-effect-3-alternativeAdesso immagina che sei sempre al cinema, ma il popcornaro aggiunge una terza opzione: i popcorn medi da 6,50$.

I popcorn da 6,50$ ti sembrano davvero un’opzione reale? sono solo un po’ più grandi di quelli da 3$ ma costano più del doppio, e in più costano solo 50 centesimi meno di quelli da 7$. Così all’improvviso i 7$ per i popcorn non sembrano più così tanti.

Adesso l’opzione da 6,50$ ti sembra davvero un’opzione reale? O ti sembra piuttosto un’esca?

Nel primo caso ci troviamo di fronte a una scelta difficile: pochi popcorn ma “economici” o tanti popcorn ma costosi?

Ci può essere l’affamato, ma ci può essere anche il parsimonioso. Introducendo la terza scelta introduciamo anche un termine di paragone che ci fa “re-interpretare” le opzioni originali, ci aiuta a definire il contesto entro cui avviene la decisione.

Come dobbiamo scegliere l’esca?

L’esca deve essere fatta apposta per non essere scelta, deve “solo” convincere gli altri a scegliere qualcos’altro. L’obiettivo è appunto quello di creare un’esca, non quello di far scegliere questa opzione  :-).

  • Le scelte devono essere “squilibrate” e anzi, l‘esca dovrebbe essere “irragionevole” per fare in modo che le altre opzioni sembrino più vantaggiose.
  • Il prezzo dell’esca deve essere solo di poco inferiore al prezzo più alto. Dobbiamo portare l’utente a pensare “Perché scegliere l’opzione intermedia quando per poco denaro in più posso avere molto di più?”
  • La differenza tra il prezzo più alto e l’esca deve essere trascurabile rispetto a quella tra l’esca e il prezzo più basso. Non dobbiamo portare l’utente a pensare “ma chi me lo fa fare”

Il decoy effect funziona davvero? SI, NO, NON SO.

Se lo è domandato anche Usabilla.com e ha messo alla prova la teoria sui sui piani tariffari. (L’esperimento è del 2011)usabilla-controllo

 

 

usabilla-variante-small

 

 

 

L’account small passa da 49 a 79$ e diventa l’esca. La differenza tra small e standard è solo di 10$. In questa condizione l’adesione al piano small diminuisce ed aumenta quella al piano standard. E’ come se l’utente dicesse “con soli 10$ in più posso avere molto di più”usabilla-variante-large

 

L’esca in questo caso è il piano da 199$. Come si vede però “spinge” non tanto il piano standard come dovrebbe, quanto quello small.

Il risultato è singolare perché sembra violare due regole generali che sono valide… nella maggior parte dei casi:

  • il piano standard è il “most popular plan”. Già solo questo dovrebbe stimolare la conformità (bandwagon effect, cioè la tendenza comportarci come crediamo lo facciano la maggior parte delle persone)
  • L’effetto posizione centrale (centre stage effect), cioè tendiamo a preferire le opzioni che si trovano nel mezzo.

In questa condizione sperimentale, secondo me Usabilla commette un errore: la differenza di prezzo tra Large e Standard è di 110$, più del doppio rispetto a quella tra standard e small (50$).

Tra l’altro, comprando 2 opzioni standard si risparmierebbero 21$ rispetto all’opzione large e si avrebbe un “active test in più a disposizione”. 

Questo tipo di pricing ci porta, sempre secondo me, a considerare tutte le opzioni come se fossero “prodotti diversi” perdendo la potenza dell’esca.

Leight Caldwell in “The Psychology of Price” suggerisce un calcolo molto semplice per il calcolo del prezzo dell’esca:

calcola la differenza tra le due opzioni e aggiungi un 20%, poi somma la cifra ottenuta al prezzo della variante più costosa.

Avremmo avuto 139$ per il piano large, 89$ per lo standard e 49 per lo small.

Forse i risultati sarebbero cambiati: il piano large sarebbe rimasto comunque un piano costoso e “irragionevole”, ma meno distante dal piano medium e, sempre ipoteticamente, avrebbe trasformato il large in un “vorrei ma non posso” aumentando l’appetibilità del piano medium.

Non resta che provare.

Il cane è il mio animale guida (e non perché sono miope)

Stavo controllando i posizionamenti di una campagna display  dispray.

Target

  • Argomenti: Acquisti > Articoli di lusso
  • Interessi e Remarketing: Segmento di affinità > Acquirenti > Acquirenti articoli di lusso

posizionamentiOk. Più o meno ci siamo.

Controllo le URL dei posizionamenti per capire in che punto della pagina (più o meno) potrebbero essere pubblicati gli annunci.

Il primo che mi salta all’occhio è questo.

Si parla della Milano Fashion Week. Si ci siamo, Il target è corretto.

Insomma, fatto sta che perlustro la pagina e… rimango colpita da due banner (forse perché hanno una call to action fucsia).

cosmopolitanBeh insomma, voglio proprio sapere adesso qual è il mio animale guida.

Gioco. Partecipo al test. Scopro che il mio animale guida è il cane. Mmm… forse dovrei tornare dall’oculista per un controllo.

caneOk. L’oracolo mi ha dato il suo responso: un po’ come negli oroscopi…. è esattamente (quasi) quello che vorrei sentirmi dire. Mica mi possono dire che sono una stronza arrogante cinica e spacca-maroni.

Ma… arriviamo alla fine, arriviamo alla “vera simil call to action” (simil perché non me la stanno vendendo come pubblicità, ma come un gioco)

Scopri il link Il Cane e le infinite combinazioni che ti offre la collezione X Jewellery. Indossa un gioiello creato “da te” e non “per te”. https://www.xjewellery.com/it/acquista-collezione/2015150011-il-cane

Di come il gioco possa aiutare a modificare il comportamento ne avevo già parlato a proposito dei problemi di business dell’Olanda  🙂 Qui però entra in gioco (per l’appunto) un altro fattore:

Il gioiello creato da me e non per me.

Avete mai sentito parlare dell’ IKEA Effect? Non sto dicendo c@77@te, è vero! L’hanno studiato niente poco di meno che ad Harvard (che se permettete è un po’ più attendibile dell’università della vita/strada di Facebook).

L’esperimento

soggetti sperimentali (52 in tutto pagati 5$ per partecipare all’esperimento)

  • Gruppo di controllo: doveva montare degli scaffali componibili
  • Gruppo sperimentale: riceveva gli scaffali già… composti

Una volta che era tutto montato, gli sperimentatori (fra i quali c’era anche Dan Ariely, mica cotiche) chiesero:

  • quanto saresti disposto a pagare a pagare per questi scaffali?
  • quanto “ti piacciono” questi scaffali? (il giudizio era su scala Likert a 7 punti)

Il risultato

  • i “montatori” erano disposti a pagare molto di più rispetto al gruppo di controllo
  • i “montatori” apprezzavano molto di più gli scaffali che avevano “creato”

In pratica: le persone sovra-valutano le cose che contribuiscono a costruire. E non importa se è merito della nostra creatività (come quando personalizziamo le scarpe Nike) o se seguiamo le istruzioni dell’Ikea, l’importante è che ci perdiamo del tempo e lo facciamo (noi).

Perché l’effetto IKEA?

Perché mentre costruiamo quel maledetto scaffale, ci mettiamo “del nostro”: impegno, tempo, energia. E noi avversiamo la perdita senza contare che quando costruiamo qualcosa lo percepiamo come già nostro (endowment effect)

Ok. Io non sono il target corretto e il can-iello, cioè il cane gioiello, non l’ho comprato, ma a me non piacciono i gioielli… non c’era un coinvolgimento “emotivo” e quel coso è rimasto lì (in scheda prodotto), ma uno che si è sbattuto davvero a costruire il suo gioiello? Quell’uno avrà comprato?

 

Apple, la Religione, l’Identità Sociale e… Salvini

Tempo di lettura stimato: Prendi ferie, ne vale la pena  🙂 

fmriLo sapevate che il marchio Apple stimola le stesse aree cerebrali che si attivano quando si vivono esperienze religiose particolarmente intense? No, non è “così per dire”: alcuni (neuro)scienziati si sono presi la briga di misurare cosa succede nel cervello dei Devoti Appleiani  quando vedono un prodotto Apple.

La risonanza magnetica funzionale ha dimostrato che vedere l’iPod è un po’ come vedere la Madonna. 

Vedere il mio PC Samsung (per quanto ci sia affezionata perché ha una storia tutta sua), non credo che mi faccia lo stesso effetto, e non credo nemmeno che sia colpa di 5 anni in collegio dalle suore dorotee. Ma allora è tutto merito di Steve Jobs, solo di Steve?

Chiedimi chi era Henri Tajfel

Henri è stato uno psicologo ebraico di origini polacche che, fra le altre cose, fu deportato in un campo di concentramento. Probabilmente è stato questo il motivo dei suoi studi.

Una delle cose per cui a psicologia sociale si studia Tajfel è il paradigma dei gruppi minimali (come i gruppi, costituiti sulla base di “condizioni minime”create ad minchiam, arrivano a costruire processi di discriminazione). I gruppi minimali sono la base della teoria dell’identità sociale, teoria secondo cui le persone hanno la tendenza innata a categorizzarsi in gruppi,  a basare la propria identità su di essi e a stabilire dei confini con l’out-group.

L’esperimento

Soggetti Sperimentali: ragazzini a cui in laboratorio furono fatte vedere diapositive che raffiguravano un dipinto di Klee o uno di Kandinsky. Gli sperimentatori dissero loro che la preferenza verso l’uno o l’altro avrebbe determinato la creazione di due gruppi. (In realtà l’assegnazione a un gruppo o all’altro fu fatta a caso).

Durante l’esperimento tutti i partecipanti si fecero i fatti loro, cioè non interagirono né coi presunti membri del proprio gruppo, né coi membri dell’altro, e d’altra parte, ognuno conosceva a quale gruppo apparteneva, ma non aveva idea dell’appartenenza degli altri.

A questo punto, ogni partecipante all’esperimento venne “messo in isolamento” per poter decidere come assegnare delle somme di denaro ad altri due soggetti identificati solo dal numero di codice individuale e dall’appartenenza a un gruppo. I partecipanti furono anche avvisati che alla fine, ognuno avrebbe ricevuto il denaro che gli altri gli avevano assegnato anonimamente.

Le coppie usate furono:

  1. membro dello stesso gruppo e membro dell’altro gruppo
  2. entrambi appartengono all’in-group
  3. entrambi appartengono all’out-group

I partecipanti potevano distribuire il denaro seguendo tre diverse strategie:

  1. A entrambi la stessa quantità di denaro
  2. Massimo profitto per il membro dell’in-group
  3. Vantaggio differenziale: fare in modo di massimizzare la differenza tra quanto dato al proprio gruppo e all’outgroup.

Risultato

(confermato anche in altri esperimenti) I partecipanti agivano in modo da favorire i membri dell’ingroup (nonostante tutti fossero “anonimi”).

Ok, dai obiettate… i partecipanti si sono comportati come ci si aspettava che avrebbero fatto, insomma: la categorizzazione in-group/out-group era imposta sulla base di (presunte) preferenze.

Tajfel allora che fa? (Tajfel era uno psicologo, uno che la sapeva lunga)… Tajfel introduce delle nuove condizioni:

  • la categorizzazione pura (in cui non c’erano elementi di somiglianza, né vera né presunta)
  • categorizzazione che mischia sia elementi di somiglianza, sia somiglianze/differenze interindividuali

Risultato

La categorizzazione pura produceva una discriminazione a favore del proprio gruppo ancora maggiore della condizione somiglianza, e nei casi in cui si combinavano “far parte di un gruppo” con la somiglianza individuale i risultati erano ancora più devastanti.

N.b. Ricordiamoci che si trattava di una specie di gioco, non è che c’era da guadagnarci qualcosa favorendo il proprio gruppo.

Il paradigma dei gruppi minimali portò Tajfel alla teoria dell’identità sociale che vede il gruppo come l’origine dell’identità sociale.

Creiamo spontaneamente dei gruppi, sentiamo di farne parte e ci vogliamo distinguere dagli altri (da qui il favoritismo per l’ingroup e l’ostracismo per l’outgroup).

Il fatto rilevante è che costruiamo la nostra identità in base all’appartenenza a gruppi. Proprio perché creiamo la nostra identità sulla base dell’appartenenza a gruppi, vogliamo far parte di gruppi fighi (cioè con un’immagine positiva). Ma… come fa a esistere un gruppo migliore (il nostro) se non ce n’è uno peggiore (quello degli altri) con cui confrontarci?

Adesso che è finito il pistolotto psicologico… ritorniamo a Apple. Scommetto che questa la ricordate tutti

Lo vedo solo io il tentativo di mostrarsi come il “son troppo il più figo” rispetto al PC user che viceversa è il “troppo sfigato”? E vogliamo parlare del “Think different”? Different da chi?Sottotitolo: different da come pensano gli sfigati PC-Users.

Ok, non siamo tutti Apple, ma se riuscissimo a fare in modo che i nostri utenti / clienti si identifichino con il nostro brand/marchio/negozio (chiamatelo come volete) e si sentano diversi (tanto diversi) da quelli dei nostri concorrenti? In pratica: dobbiamo costruirci un nemico contro cui i nostri clienti combatteranno per affermare la propria identità. Un po’ come fa Salvini con gli extra-comunitari.

Mi viene in mente la strategia comunicativa di OnePlus One. Il figlio di #mammamrx tempo fa ne aveva scritto un bel post . L’OPO è un telefono che all’epoca (6 mesi fa, non so se sia ancora così) era venduto solo su invito, per avere l’invito … dovevi guadagnartelo. Con l’invito entravi in una cerchia ristretta (noooo, non quella di Italo Cillo). Solo i veri nerd (e non i fighetti che usano l’iPhone) conoscevano e potevano ambire a usare quello smartphone. I veri nerd, non tutti. Che poi… avere “combattuto”, avere faticato per quell’invito, non poteva che aumentarne il valore: avete presente l’effetto IKEA?

tombini-di-ghisa