Apple, la Religione, l’Identità Sociale e… Salvini

Tempo di lettura stimato: Prendi ferie, ne vale la pena  🙂 

fmriLo sapevate che il marchio Apple stimola le stesse aree cerebrali che si attivano quando si vivono esperienze religiose particolarmente intense? No, non è “così per dire”: alcuni (neuro)scienziati si sono presi la briga di misurare cosa succede nel cervello dei Devoti Appleiani  quando vedono un prodotto Apple.

La risonanza magnetica funzionale ha dimostrato che vedere l’iPod è un po’ come vedere la Madonna. 

Vedere il mio PC Samsung (per quanto ci sia affezionata perché ha una storia tutta sua), non credo che mi faccia lo stesso effetto, e non credo nemmeno che sia colpa di 5 anni in collegio dalle suore dorotee. Ma allora è tutto merito di Steve Jobs, solo di Steve?

Chiedimi chi era Henri Tajfel

Henri è stato uno psicologo ebraico di origini polacche che, fra le altre cose, fu deportato in un campo di concentramento. Probabilmente è stato questo il motivo dei suoi studi.

Una delle cose per cui a psicologia sociale si studia Tajfel è il paradigma dei gruppi minimali (come i gruppi, costituiti sulla base di “condizioni minime”create ad minchiam, arrivano a costruire processi di discriminazione). I gruppi minimali sono la base della teoria dell’identità sociale, teoria secondo cui le persone hanno la tendenza innata a categorizzarsi in gruppi,  a basare la propria identità su di essi e a stabilire dei confini con l’out-group.

L’esperimento

Soggetti Sperimentali: ragazzini a cui in laboratorio furono fatte vedere diapositive che raffiguravano un dipinto di Klee o uno di Kandinsky. Gli sperimentatori dissero loro che la preferenza verso l’uno o l’altro avrebbe determinato la creazione di due gruppi. (In realtà l’assegnazione a un gruppo o all’altro fu fatta a caso).

Durante l’esperimento tutti i partecipanti si fecero i fatti loro, cioè non interagirono né coi presunti membri del proprio gruppo, né coi membri dell’altro, e d’altra parte, ognuno conosceva a quale gruppo apparteneva, ma non aveva idea dell’appartenenza degli altri.

A questo punto, ogni partecipante all’esperimento venne “messo in isolamento” per poter decidere come assegnare delle somme di denaro ad altri due soggetti identificati solo dal numero di codice individuale e dall’appartenenza a un gruppo. I partecipanti furono anche avvisati che alla fine, ognuno avrebbe ricevuto il denaro che gli altri gli avevano assegnato anonimamente.

Le coppie usate furono:

  1. membro dello stesso gruppo e membro dell’altro gruppo
  2. entrambi appartengono all’in-group
  3. entrambi appartengono all’out-group

I partecipanti potevano distribuire il denaro seguendo tre diverse strategie:

  1. A entrambi la stessa quantità di denaro
  2. Massimo profitto per il membro dell’in-group
  3. Vantaggio differenziale: fare in modo di massimizzare la differenza tra quanto dato al proprio gruppo e all’outgroup.

Risultato

(confermato anche in altri esperimenti) I partecipanti agivano in modo da favorire i membri dell’ingroup (nonostante tutti fossero “anonimi”).

Ok, dai obiettate… i partecipanti si sono comportati come ci si aspettava che avrebbero fatto, insomma: la categorizzazione in-group/out-group era imposta sulla base di (presunte) preferenze.

Tajfel allora che fa? (Tajfel era uno psicologo, uno che la sapeva lunga)… Tajfel introduce delle nuove condizioni:

  • la categorizzazione pura (in cui non c’erano elementi di somiglianza, né vera né presunta)
  • categorizzazione che mischia sia elementi di somiglianza, sia somiglianze/differenze interindividuali

Risultato

La categorizzazione pura produceva una discriminazione a favore del proprio gruppo ancora maggiore della condizione somiglianza, e nei casi in cui si combinavano “far parte di un gruppo” con la somiglianza individuale i risultati erano ancora più devastanti.

N.b. Ricordiamoci che si trattava di una specie di gioco, non è che c’era da guadagnarci qualcosa favorendo il proprio gruppo.

Il paradigma dei gruppi minimali portò Tajfel alla teoria dell’identità sociale che vede il gruppo come l’origine dell’identità sociale.

Creiamo spontaneamente dei gruppi, sentiamo di farne parte e ci vogliamo distinguere dagli altri (da qui il favoritismo per l’ingroup e l’ostracismo per l’outgroup).

Il fatto rilevante è che costruiamo la nostra identità in base all’appartenenza a gruppi. Proprio perché creiamo la nostra identità sulla base dell’appartenenza a gruppi, vogliamo far parte di gruppi fighi (cioè con un’immagine positiva). Ma… come fa a esistere un gruppo migliore (il nostro) se non ce n’è uno peggiore (quello degli altri) con cui confrontarci?

Adesso che è finito il pistolotto psicologico… ritorniamo a Apple. Scommetto che questa la ricordate tutti

Lo vedo solo io il tentativo di mostrarsi come il “son troppo il più figo” rispetto al PC user che viceversa è il “troppo sfigato”? E vogliamo parlare del “Think different”? Different da chi?Sottotitolo: different da come pensano gli sfigati PC-Users.

Ok, non siamo tutti Apple, ma se riuscissimo a fare in modo che i nostri utenti / clienti si identifichino con il nostro brand/marchio/negozio (chiamatelo come volete) e si sentano diversi (tanto diversi) da quelli dei nostri concorrenti? In pratica: dobbiamo costruirci un nemico contro cui i nostri clienti combatteranno per affermare la propria identità. Un po’ come fa Salvini con gli extra-comunitari.

Mi viene in mente la strategia comunicativa di OnePlus One. Il figlio di #mammamrx tempo fa ne aveva scritto un bel post . L’OPO è un telefono che all’epoca (6 mesi fa, non so se sia ancora così) era venduto solo su invito, per avere l’invito … dovevi guadagnartelo. Con l’invito entravi in una cerchia ristretta (noooo, non quella di Italo Cillo). Solo i veri nerd (e non i fighetti che usano l’iPhone) conoscevano e potevano ambire a usare quello smartphone. I veri nerd, non tutti. Che poi… avere “combattuto”, avere faticato per quell’invito, non poteva che aumentarne il valore: avete presente l’effetto IKEA?

tombini-di-ghisa

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